ANGELA  BERARDINELLI
           
   

 

  Angela Berardinelli è medico Neuropsichiatra Infantile. Si occupa da molti anni di malattie neuromuscolari, anche nell'ambito di progetti di ricerca, ma essenzialmente di ricerca clinica.

Lavora presso il Dipartimento di Clinica Neurologica e Psichiatria dell'età evolutiva della Fondazione "C.Mondino" di Pavia e fa parte del Centro di Riferimento Regionale per le Malattie Neuromuscolari dell'Età Evolutiva.

E' membro della Commissione Medico-Scientifica UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare).

 
           
   

DIARIO DI BORDO

Il primo contatto mail con la dottoressa, avvenuto nei primi giorni di dicembre 2009, ha dato agli alunni la sensazione di una persona decisa, diretta e un po' diffidente, "tosta".

La disponibilità è stata però immediata e l'intervista si è svolta via mail anziché videochiamata per problemi di orario connessi alla professione.  

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INTERVISTA

Cosa l’ha spinta a scegliere il suo lavoro?
Difficile dirlo. Da sempre, o meglio, da quando ho raggiunto una certa consapevolezza in merito alle diverse professioni/aree lavorative ecc , ho pensato che mi sarebbe piaciuto fare la Neuropsichiatria Infantile , e quello che avevo in mente da ragazzina quando dicevo questo era che desideravo dare un contributo professionale, tecnico, competente, che andasse un po’ più in là della semplice buona volontà al mondo della disabilità e dell’infanzia. Non so bene perché.
Devo dire che la mia educazione familiare è sempre stata improntata all’attenzione e al rispetto di chi avesse delle difficoltà e questo certamente ha avuto la sua importanza. 
La Neuropsichiatria Infantile è una specializzazione nell’ambito della facoltà di Medicina, la casualità  mi ha portato ad occuparmi delle malattie neuromuscolari.

In cosa consiste esattamente? 
Le malattie neuromuscolari sono un vasto gruppo di malattie, che tuttavia hanno in comune
l'origine genetica nella maggior parte dei casi.

 Il mio lavoro consiste:
 
*    nella diagnosi, cioè nel capire di quale malattia si tratta 
   nella comunicazione della diagnosi (cioè nella spiegazione, per lo più ai genitori, visto che mi occupo di minori, della malattia, del rischio che la malattia si ripresenti se avranno altri figli,  e dell’evoluzione clinica, per quello che si può prevedere)
 
*    nella ricerca “clinica”, cioè quella ricerca che parte dallo studio dei pazienti e dell’andamento delle malattie per arrivare a capire qualcosa di più e che si occupa anche di ottimizzare gli strumenti di cura.
Inoltre, personalmente, ho sempre lavorato anche con le associazioni, al fine di sostenere le battaglie sui diritti sociali e civili delle persone con disabilità, ma questa è una scelta strettamente personale e non è necessariamente compito di un medico.

Quali difficoltà ha incontrato?
Le difficoltà sono di diverso tipo, ciascuno di noi vive in modo diverso le situazioni
. E' una strada lunga e faticosa, vuol dire studiare molto, studiare anche, se necessario, in tempi che avrei  potuto dedicare allo svago; “lavorare” molte ore al giorno in ospedale per acquisire pratica.

Si é mai pentita della strada che ha preso?
No, direi di no. Mi piace molto avere a che fare con i pazienti. Quando si pensa di fare il medico ci si immagina di poter aiutare le persone a guarire. Nel mio specifico lavoro non si può “guarire”, ma si può aiutare a stare un po’ meglio, ad affrontare la vita e questo è di per sé un risultato. 
E’ pesante affrontare l’idea della morte, è pesante dire a dei genitori che il loro bambino ha e avrà delle difficoltà importanti nel fare cose “normali” per tutti gli altri.

C’ è stato qualcuno che le è stato particolarmente vicino con consigli e incoraggiamenti?
Direi che soprattutto mi è stato utile incontrare colleghi che condividevano ideali, serietà e professionalità. Questo non vuol dire che “siamo tutti amici”. Il mondo del lavoro comporta la compresenza tra persone che forse non avrebbero mai scelto di frequentarsi, tuttavia sapere che per il mio/la mia collega, il paziente viene prima di tutto dà grande sicurezza e tranquillità.

C’ è qualcuno che l’ha ostacolata nelle sue scelte?
No, non posso dirlo. Forse qualcuno che ha fatto un po’ fatica a capire come mai scegliessi un ambito nel quale non c’era “soluzione” per la malattia.

Vale la pena studiare per la propria “formazione”?
Sì, su questo non ho dubbi. Vale la pena studiare per crescere e vale la pena soprattutto capire e scoprire la bellezza insita nelle materie che si studiano. Non ci si riesce sempre, magari a volte la si scopre dopo molto tempo, ma è sicuramente un investimento che va fatto. Questo non vuol dire che chi non va avanti con un percorso scolastico “canonico” non possa essere una persona valida, intendiamoci.  Può darsi benissimo che qualcuno riesca ad esprimersi meglio in un lavoro manuale , in attività pratiche e meno concettuali, ed è importante che segua le sue inclinazioni. L’importante è che approfondisca sempre quello che vuole fare, che si impegni per farlo al meglio, che non scelga scorciatoie  facili e scelga invece sempre la strada dell’impegno personale. E’ una questione di dignità e rispetto per se stessi, oltre che una garanzia per il lavoro che si fa.

Cosa consiglia ai ragazzi della nostra età? 
Quello che ho scritto sopra
no alla “furbizia”: non è un valore; no alle scorciatoie, sì alla serietà e all’impegno. Consiglio inoltre di cercare di conoscersi bene, guardandosi dentro senza paura, e di lasciare spazio allo svago, al coltivare le proprie passioni, interessi, alle relazioni con gli altri, equilibrando le energie e il tempo dedicato ai vari aspetti. Altro aspetto importante è non aver paura di dire che si è sbagliato e cercare di riparare, di migliorarsi, accettando le critiche.

C’ è stato qualche momento in cui ha pensato di mollare tutto?
Ogni tanto sì: quando la stanchezza si fa sentire, o quando ci sono eventi esterni e sui quali non si può incidere che minano proprio la qualità del lavoro . Però si tratta di pensieri fugaci e non seri.

Come riesce a conciliare lavoro e famiglia?
E’ sicuramente il problema maggiore. Conciliare i tempi del lavoro con la propria vita personale è davvero un’impresa titanica e per lo più fallimentare in partenza. Diciamo che si trovano equilibri difficili da spiegare.

Le sue scelte negli studi sono state personali o condizionate dai suoi genitori?
Ho sempre scelto in modo autonomo.

Quali soddisfazioni le dà il suo lavoro?
Trovare un’intesa con i pazienti, ribaltare il modo di vedere e intendere i risultati e quindi percepire una vita possibile là dove, dall’esterno, sembrerebbe impossibile, è sicuramente importante. Devo dire poi che occuparmi di un ambito in evoluzione, dover leggere continuamente, dover entrare in contatto con altre persone di tutto il mondo è un continuo stimolo per la mente.  

Se potesse tornare indietro, farebbe le stesse scelte?   
E’ difficile rispondere. Se devo essere onesta fino in fondo, dico che adesso, alla luce degli anni di esperienza, riesco a vedere possibilità alternative, intuisco che avrei potuto percorrere anche altre strade. Però ribadisco che sono contenta di quello che faccio; ribadisco anche che è importante la serietà, l’onestà intellettuale ed è fondamentale pensare di perseguire un’idea del mondo e della vita da concretizzare nella quotidianità.  

(mail del 10 dicembre 2009)

 
       
   
 
       Grazie   
   

GRAZIE DOTTORESSA BERARDINELLI

       
     

RIFERIMENTI

http://www.uildm.org/chisiamo.shtml
http://www.mondino.it/index.html
http://www.telethon.it/

 

 
       
   

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