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INTERVISTA
Cosa
l’ha spinta a scegliere il suo lavoro?
Difficile dirlo. Da sempre, o meglio, da quando ho raggiunto una certa
consapevolezza in merito alle diverse professioni/aree lavorative ecc , ho
pensato che mi sarebbe piaciuto fare
la Neuropsichiatria Infantile
, e quello che avevo in mente da ragazzina quando dicevo questo era che
desideravo dare un contributo professionale, tecnico, competente, che
andasse un po’ più in là della semplice buona volontà al mondo della
disabilità e dell’infanzia. Non so bene perché.
Devo dire che la mia educazione familiare è sempre stata improntata
all’attenzione e al rispetto di chi avesse delle difficoltà e questo
certamente ha avuto la sua importanza.
La Neuropsichiatria Infantile
è una specializzazione nell’ambito della facoltà
di Medicina, la casualità mi
ha portato ad occuparmi delle malattie neuromuscolari.
In cosa consiste esattamente?
Le malattie neuromuscolari sono un vasto gruppo di malattie, che tuttavia
hanno in comune l'origine genetica nella maggior parte dei casi.
Il
mio lavoro consiste:
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nella diagnosi, cioè nel capire di quale malattia si tratta
*
nella comunicazione della diagnosi (cioè nella spiegazione, per lo più ai
genitori, visto che mi occupo di minori, della malattia, del rischio che
la malattia si ripresenti se avranno altri figli,
e dell’evoluzione clinica, per quello che si può prevedere)
*
nella ricerca
“clinica”, cioè quella ricerca che parte dallo studio dei pazienti e
dell’andamento delle malattie per arrivare a capire qualcosa di più e
che si occupa anche di ottimizzare gli strumenti di cura.
Inoltre,
personalmente, ho sempre lavorato anche con le associazioni, al fine di
sostenere le battaglie sui diritti sociali e civili delle persone con
disabilità, ma questa è una scelta strettamente personale e non è
necessariamente compito di un medico.
Quali
difficoltà ha incontrato?
Le
difficoltà sono di diverso tipo, ciascuno di noi vive in modo diverso le situazioni.
E' una strada
lunga e faticosa, vuol dire studiare
molto, studiare anche, se necessario, in tempi che avrei
potuto dedicare allo svago; “lavorare” molte ore al giorno in
ospedale per
acquisire pratica.
Si é
mai pentita della strada che ha preso?
No, direi di no. Mi piace molto avere a che fare con i pazienti. Quando si
pensa di fare il medico ci si immagina di poter aiutare le persone a
guarire. Nel mio specifico lavoro non si può “guarire”, ma si può
aiutare a stare un po’ meglio, ad affrontare la vita e questo è di per
sé un risultato.
E’ pesante affrontare l’idea della morte, è pesante dire a dei
genitori che il loro bambino ha e avrà delle difficoltà importanti nel
fare cose “normali” per tutti gli altri.
C’ è
stato qualcuno che le è stato particolarmente vicino con consigli e
incoraggiamenti?
Direi che soprattutto mi è stato utile incontrare colleghi che
condividevano ideali, serietà e professionalità. Questo
non vuol dire che “siamo tutti amici”. Il mondo del lavoro comporta la
compresenza tra persone che forse non avrebbero mai scelto di
frequentarsi, tuttavia sapere che per il mio/la mia collega, il paziente
viene prima di tutto dà grande sicurezza e tranquillità.
C’ è
qualcuno che l’ha ostacolata nelle sue scelte?
No, non posso dirlo. Forse qualcuno che ha fatto un po’ fatica a capire
come mai scegliessi un ambito nel quale non c’era “soluzione” per la
malattia.
Vale la
pena studiare per la propria “formazione”?
Sì,
su questo non ho dubbi. Vale la pena studiare per crescere e vale la pena
soprattutto capire e scoprire la bellezza insita nelle materie che si
studiano. Non ci si riesce sempre, magari a volte la si scopre dopo molto
tempo, ma è sicuramente un investimento che va fatto. Questo non vuol
dire che chi non va avanti con un percorso scolastico “canonico” non
possa essere una persona valida, intendiamoci.
Può darsi benissimo che qualcuno riesca ad esprimersi meglio in un
lavoro manuale , in attività pratiche e meno concettuali, ed è
importante che segua le sue inclinazioni. L’importante è che
approfondisca sempre quello che vuole fare, che si impegni per farlo al
meglio, che non scelga scorciatoie facili
e scelga invece sempre la strada dell’impegno personale. E’ una
questione di dignità e rispetto per se stessi, oltre che una garanzia per
il lavoro che si fa.
Cosa consiglia ai
ragazzi della nostra età?
Quello che ho scritto sopra
no alla “furbizia”: non è un valore; no alle scorciatoie, sì alla
serietà e all’impegno. Consiglio inoltre di cercare di conoscersi bene,
guardandosi dentro senza paura, e di lasciare spazio allo svago, al
coltivare le proprie passioni, interessi, alle relazioni con gli altri,
equilibrando le energie e il tempo dedicato ai vari aspetti. Altro aspetto
importante è non aver paura di dire che si è sbagliato e cercare di
riparare, di migliorarsi, accettando le critiche.
C’
è stato qualche momento in cui ha pensato di mollare tutto?
Ogni tanto sì: quando la stanchezza si fa sentire,
o quando ci sono eventi esterni e sui quali non si può incidere che
minano proprio la qualità del lavoro . Però si tratta di pensieri fugaci
e non seri.
Come
riesce a conciliare lavoro e famiglia?
E’ sicuramente il problema maggiore. Conciliare i tempi del
lavoro con la propria vita personale è davvero un’impresa titanica e
per lo più fallimentare in partenza. Diciamo che si trovano equilibri
difficili da spiegare.
Le sue
scelte negli studi sono state personali o condizionate dai suoi genitori?
Ho
sempre scelto in modo autonomo.
Quali
soddisfazioni le dà il suo lavoro?
Trovare
un’intesa con i pazienti, ribaltare il modo di vedere e intendere i
risultati e quindi percepire una vita possibile là dove, dall’esterno,
sembrerebbe impossibile, è sicuramente importante. Devo dire poi che
occuparmi di un ambito in evoluzione, dover leggere continuamente, dover
entrare in contatto con altre persone di tutto il mondo è un continuo
stimolo per la mente.
Se
potesse tornare indietro, farebbe le stesse scelte?
E’
difficile rispondere. Se devo essere onesta fino in fondo, dico che
adesso, alla luce degli anni di esperienza, riesco a vedere possibilità
alternative, intuisco che avrei potuto percorrere anche altre strade. Però
ribadisco che sono contenta di quello che faccio; ribadisco anche che è
importante la serietà, l’onestà intellettuale ed è fondamentale
pensare di perseguire un’idea del mondo e della vita da concretizzare
nella quotidianità.
(mail
del 10 dicembre 2009)
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